“È come se la paura volesse tornare, ma non ci riesce!”.
Parole di una mia cliente/esploratrice che rappresentano uno degli aggiornamenti più belli e significativi che io abbia mai ricevuto da quando svolgo la professione di counselor.
Parole che racchiudono il senso di ogni percorso di crescita.
Sì, perché l’obiettivo non è quello di eliminare le emozioni più scomode.
Lo scopo vero è quello di non rimanervi agganciati quando si manifestano.
È riuscire a porsi su un gradino più alto rispetto a quello del loop mentale.
Non a caso, la prima parte del percorso consiste quasi sempre nella semplice conoscenza dell’emozione apparentemente ingombrante.
Rendere il più possibile familiare qualcosa che prima era un ospite sconosciuto e/o indesiderato può scalfire una grande fetta di destabilizzazione.
Ma c’è un aspetto ancora più sorprendente: spesso la familiarizzazione con un disagio conduce a comprensioni inaspettate su aspetti inizialmente non considerati.
Ed è così che ad esempio una strana preoccupazione può portare ad una lettura profonda su una relazione affettiva importante.
Possono succedere cose straordinarie quando si predispone al meglio lo spazio in cui si svolge il lavoro.
Abituarsi ad attingere dalle risorse interne per regolare il proprio stato fa sì che si possa osservare con serenità il fiume della propria emozione, stando comodamente seduti sulla riva.
È un’alternativa fantastica rispetto a farsi travolgere dal fiume stesso.
Imparare a stare nel disagio in modo regolato regala libertà, eliminando il bisogno di fuggire da quelli che prima si ritenevano i responsabili del disagio stesso: un luogo, una situazione, una persona.
E regala occasioni.
Occasioni di scegliere o sistemare, dove è possibile e vantaggioso farlo.
Per questi motivi ogni emozione può essere ascoltata come una musica di sottofondo:
senza un volume tale da disturbarci, ma anche senza l’impulso di volerla silenziare completamente.
Potrebbe avere un compito non subito chiaro, eppure cruciale.