Ho osservato come quasi tutto ciò che cerchiamo di risolvere o cambiare con urgenza tenda a tornare o a rinforzarsi.
Spesso siamo soliti aspettare di vivere alcuni disagi nel loro punto massimo, prima di convincerci a parlarne per trovare una strada diversa.
Penso soprattutto alle relazioni, che siano sentimentali, amicali o familiari.
Magari ci accorgiamo dell’esistenza di dinamiche scomode, ma continuiamo a rimbalzare tra due eccessi:
lasciar correre per quieto vivere o affrontare il discorso in un momento di massima tensione per uno o entrambi i protagonisti.
Nel primo caso staremmo tacitamente accettando di mettere da parte noi stessi.
Nel secondo caso ci staremmo illudendo che sbottare e tirare fuori tutto durante un’incomprensione metta fine alla questione.
In realtà la comunicazione di quei momenti ha poche possibilità di fare breccia nel cuore del nostro interlocutore.
Soprattutto perché nasce da uno stato poco lucido e, a tratti, aggressivo.
Anche quando ad essa seguono un distacco e poi un riavvicinamento, più dettato dal bisogno di non perdere il legame che da una reale comprensione.
Qual è la soluzione?
Agire in un tempo e in uno spazio di non urgenza.
Uno dei regali più belli che possiamo fare a noi stessi e alle persone a cui vogliamo bene è quello di comunicare preferenze e bisogni in un contesto di estrema pace.
La non-urgenza è uno spazio meraviglioso, l’unico davvero in grado di farci esprimere con amorevolezza e di farci connettere in modo funzionale alle risposte dell’altra persona.
Eppure tendiamo a non voler aprire questioni durante i momenti di pace.
Succede perché abbiamo paura di noi stessi, più dell’altro.
Abbiamo paura di non saper mantenere la pace e l’armonia interiore di fronte ad eventuali risposte inappropriate.
Accade perché non sempre abbiamo familiarità con i nostri bisogni e con il modo di comunicarli.
Crescere può significare partire anche da qui.
Se senti che questo tema ti riguarda, può essere utile fermarsi insieme ad esplorarlo.